>People I know: Liceo, diplomarsi e trovare lavoro

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Quando gli svedesi si diplomano festeggiano alla grande: cappellini stile marinaretto (uomini e donne) le prime mega-sbronze (autorizzate), e sono soliti affittare camion scoperti con musica e casse a tutto volume (tipo carnevale di Viareggio) dove ballano, si divertono spruzzano alcool e ne ingurgitano altrettanto. Che carini beati loro che possono festeggiare una tappa importante della loro vita: la fine del liceo che è uno sparti-acque e come insegnano tutte le civiltà che si rispettino questi momenti sono sempre caratterizzati da riti di passaggio o di iniziazione. Pensate agli indiani, quando diventano guerrieri o sciamani o cacciatori.

Noi italiani siamo un po sfigati: ricordo ancora quanto ho sognato che arrivasse il giorno della maturità di aver superato gli esami, di lasciarmi dietro professori, compiti in classe, il latino, i bulli e le pizzette stantie. Si perchè ti insegnano anche ad odiare la scuola, ma per fortuna l´università è un´altra storia. Ma dopo i quadri, dopo essere andato al mare, esserti riposato, divertito, aver dimenticato e perdonato tutto, un pomeriggio presto ti incotri davanti agli scalini di scuola con il sole a picco, caldo ma non troppo, con la sensazione di essere libero. Ancora non ti manca, e non sai se ti mancherà mai. Poi ti guardi con i tuoi amici e pensi: è finito tutto…così? cioè tutte quelle rotture di palle per 13 anni della mia vita alzandomi la mattina pensando che palle devo andare a scuola e poi, niente. Nessuno. Niente più nemesi da combattere. Nessun professore reazionario che sfoga le sue frustrazioni dal basso della sua posizione, nessun nemico da combattere, con furbizia, nell´ombra senza mai affrontarlo apertamente, ma sabotandone i rifornimenti e le comunicazioni. Né ballo di fine anno dei film americani, né lancio di cappello, né pergamena, né festa né diploma arrotolato. Niente. Lo riceverò mesi dopo, dopo aver cominciato l´università previo aver pagato la tassa aggiuntiva imposta dal preside per pagare i danni dell´occupazione, condicio sine qua non per diplomarsi e ricevere il pezzo di carta (necessario per iscriversi poi all´università).

Detto questo, chiudo la divagazione e torno sul punto: i contatti e le conoscenze. Sembra che, dopo aver studiato in Svezia (ma chi ha un po´di esperienza nel mercato del lavoro se n´è già accorto), al contrario di quello che si potrebbe pensare, di un paese con un livello di corruzione basso, bandiera della parità, onestà e della non discriminazione, le conoscenze hanno invece una grande importanza. Il peso di qualcuno che ti presenta come persona fidata per un lavoro è notevole. Spesso conta di più che essere il candidato ideale. Ma non è un tipo di raccomandazione, che viene dall´alto e dalla persona potente o influente o con potere decisionale che con il suo potere influisce sulla decisione (anche se immaginiamo accada anche qui). È più del tipo “se lui che conosco dice che è bravo, allora è bravo. Se è un tuo amico allora è anche mio amico, semplificando molto.
E infatti i quotidiano l DN versione cartacea di oggi riporta che il 65% degli svedesi ha trovato lavoro tramite la propria rete di amicizie e conoscenze. Chi come me ha vissuto in paesi a stampo anglosassone ha notato subito l´enorme differenza sostanziale di funzionamento (e conseguente facilità di far incontrare domanda e offerta di lavoro) dell´ufficio di collocamento e agenzie di reclutamento private fra la Svezia e i paesi anglosassoni.

La Commissione Europea ha fatto una indagine sulla percezione che hanno i cittadini sull´influenza delle reti di conoscenze e pare che gli Svedesi siano al primo posto , quantomeno a percezione, seguiti da Lettonia (38%), Slovacchia e Italia (32%). Dai dati sembra che, almeno la percezione del fenomeno, sia molto diffusa.

Questo è vero, anche se non credo che voglia dire che siano più importanti in Svezia che in Italia. Anzi non lo credo affatto. E´un po´ come quando si chiede alle popolazioni il loro grado di felicità: i popoli nordici sono sempre al top, i Mediterranei i più scontenti ma questo credo corrisponda più a un modo di autodefinirsi come tali più che a un effettivo livello quantificabile e misurabile.

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