>Hillevi Wahl e la critica costruttiva

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Comincio a nutrire una certa stima per questa scrittrice e giornalista che collabora con Metro di Stoccolma. Titola un articolo “abbiamo bisogno di aiuto contro l´idiozia svedese”. Titolo forte doppiamente: sia perché pubblicato su Metro fonte di leggerezza propagando-generalista, e forte perché l´aperto confilitto e dissenso si vede, sente o legge raramente da queste parti. Ci racconta dei suoi parenti e di razzismo. Ora la svezia È un paese estremamente politicamente corretto. Qualsiasi battuta, scherzo o mancanza di politically correctness viene prese sul serio. Confrontandoci con i nostri pari europei, spagnoli, francesi, olandesi, belgi o tedeschi che vivono in Svezia, È riconoscibile una matrice comune. Si può scherzare un po su tutto, guerre, etnie e religioni. Tutto si risolve con una risata, e tutti sono abituati a scherzare, essere pungenti e riderci su. Non è razzismo, è il contrario, ma spesso soprattutto se non vi conoscono, gli scandinavi possono interpretare male le vostre parole. Per evitare arroccamenti ideologici possiamo fare l´esempio delle differenze di genere più che di razza e religione. Anche qui in Svezia il solo definire alcuni “ambiti” o convinzioni (es. banale una donzella non dovrebbe sputare perché non è femminile, o una donna veste meglio con una gonna e i tacchi alti di una tuta) può venir percepito come una forma di sessismo o di limitazione. L´estremizzazione può arrivare fino alle forme più estreme di parità fra generi.Ma di questo argomento parleremo un´altra volta. Questo perché probabilmente qui non è permesso dire o scherzare su certe cose. E quelli che lo fanno non scherzano affatto, anche se solo nella maggior parte dei casi in privato e in intimità a mo di confessione, che apertamente provocherebbe solamente l´aperto dissenso e ostracizzazione.
Ora spesso questo eccesso di correttezza politica può dare sui nervi. Ma veniamo al racconto in questione. La giornalista riporta espressioni riportate durante una cena.
Fra gli altri: “naso a uncino, si sa come sono loro (quelli), hanno squartato una pecora dentro la pizzeria (notizia di settimane fa) per ricavarne dell´ottima carne di kebab. Dovrebbero imparare ad adattarsi, bevono caffè tutto il giorno senza fare nulla, tutta la famiglia sta in mezzo sull´autobus quando uno deve scendere. Per questo, non dovrebbero far venire altri immigrati, non voglio andare da un medico di cui non so pronunciare il nome”. Roba che fa magari sorridere per chi è abituato a parole (o fatti) ben più pesanti in altre parti. Ma il punto e le posizioni sono chiare.

La giornalista replica chiedendo se fosse meglio se fossero come NOI (svedesi, ndr).
“devono vestirsi di grigio e beige in modo da uniformarsi al muro? Devono scrivere post-it arrabbiati nella lavanderia (facile trovare qualche rimbrotto se qualcosa è fuori posto, ndr), guardare nello spioncino prima di uscire dall´appartamento prima di uscire nel pianerottolo nel terrore di incontrare qualcuno? Fumare sotto la cappa aspirante della cucina per il resto della loro vita (fumare È vietato all´interno dell´immobile, anche del proprio appartamento; se si ha un balcone quello di sopra può lamentarsi che arriva il fumo dentro casa sua, ndr) bere vino nel cartone da soli e essere acidi? No, grazie a Dio. Gli immigrati non sono così; abbiamo bisogno di tutto il loro aiuto”.

Ora non tutti gli svedesi sono così, come non tutti gli immigrati sono colà.
Apprezzo questo articolo per diversi motivi: perché sono sempre e solo i cugini Europei (preferisco parlare di Europei visto che la parola immigrati porta spesso una connotazione negativa, enormi distanze culturali, sentimenti di rivalsa, esapserazione) a parlare di queste usanze che agli svedesi sembrano normali, ma per altri un po folli, dai Pirenei ai Paesi Bassi passando per l´Inghilterra la Germania. E da una parte gli svedesi si sentono attaccati: ed È brutto quando sei ospite parlare male di chi ti ospita. È solo che se l ofacessero di più loro con autocritica, saremmo più portati a osannare le cose belle che ha la Svezia, e che se abbiamo scelto in un certo modo sono di più. L´autocritica , il dissenso equivale a non uniformità di pensiero, e quindi società civile attiva. La giornalista dimostra di avere una spiccata capacità di autocritica, senza difendersi dietro “il questo non si può dire perché è razzista”, (al limite lo si può pensare). Meglio sbattere il tappeto dalla finestra e cambiare l´aria ogni tanto e prendere l´ascensore con un vicino. Così come meglio far passare le persone che devono scendere dall´autobus e macellare le pecore nei luoghi addetti alla macellazione.

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One response to “>Hillevi Wahl e la critica costruttiva

  1. >Leggo sempre con piacere i tuoi scritti e non mi annoiano mai pur trattando di cose importanti, magari celate da un'ombra di umorismo che in fondo in fondo hanno più amaro che dolce.PierUgo

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